LA VITA DI G.B. VICO
Pensatore fiero e sventurato, oppresso dall'incomprensione,
dall'indifferenza, dall'ostilità dei contemporanei eppure fermo "nell'alta
inespugnabile rocca" del suo tavolo da lavoro, fidente sempre da cristiano
e filosofo ai valori della cultura, Giambattista Vico vive negli anni a cavallo
tra Seicento e Settecento, in cui fermentano nel mondo culturale italiano le
novità e gli acquisti delle più moderne correnti del pensiero d'oltralpe, i
cui echi profondi ed appassionati coinvolgono e stimolano anche l'originale
personalità del filosofo napoletano, dando vita ad accesi dibattiti e vivaci
polemiche.
Le grandi correnti del pensiero europeo, spesso in contrasto fra loro,
epicureismo, meccanicismo, cartesianesimo, atomismo, si riflettono negli
ambienti culturali napoletani. Si discute sul nuovo concetto della scienza; sul
metodo ed il "cogito" di Cartesio; sull'assolutismo politico di Hobbes;
sull'empirismo di Locke in urto dialettico con le considerazioni
metafisico-teologiche di Spinosa. Nel campo delle ricerche giuridiche e
politiche dominano le dottrine di Grozio. La ragione è vista come guida della
condotta umana sulla terra. E quant'altro.
Giambattista Vico, pur immerso com'è nella cultura del Seicento, raggiunge
alcuni risultati che lo ricollegano al secolo successivo. Il suo pensiero
politico-religioso è ancorato al passato ed egli stesso si presenta come un
conservatore. Ma la sua speculazione filosofica, che vuole il
"certo"messo accanto al "vero", l'autorità della tradizione
accanto alla ragione, mostra la sua volontà di ricercare un equilibrio che non
è del pensiero illuministico, ma che tende ad esso.
I paragrafi della solitaria "Autobiografia", composta in piena
maturità, nel 1725, offrono significative e particolareggiate indicazioni per
la conoscenza dell'uomo e della sua opera, nonché degli ambienti e degli
scenari culturali, nei quali vive e prendono forma le sue idee.
Nasce a Napoli il 23 giugno 1668 da Antonio e Candida Fasullo, sesto di otto
figli. Il padre Antonio, proveniente da Maddaloni, è un libraio, proprietario
di una botteguccia sulla strada di San Biagio, sottostante l'abitazione.
Il nome di battesimo è scelto per lui dai genitori in ricordo del nonno materno
Giambattista Fasullo, costruttore di carrozze ed anche perché nasce alla
vigilia della festa del santo, giorno in cui avviene il suo battesimo.
Nel 1678 inizia i suoi studi frequentando le prime scuole di grammatica e per la
sua acutezza di ingegno che gli facilita l'apprendimento, in breve tempo viene
ammesso alla classe superiore, svolgendo in un solo anno, il programma di due.
Nel 1680 frequenta per circa sei mesi la scuola dei Gesuiti, presso il Collegio
Massimo al Gesù Vecchio, ma lo abbandona ben presto forse per una ingiustizia
scolastica subita, ed intraprende gli studi di grammatica sui testi di Emanuele
Alvarez, da autodidatta. Dall'ottobre 1681 alla primavera 1683, Vico si fa
"disertore degli studi". Infatti tralascia la lettura di testi di
logica per poi ritornare al Collegio Massimo per seguire le lezioni di filosofia
di Giuseppe Ricci, nell'anno scolastico 1683-84.
Intraprende nel 1684 anche gli studi di diritto civile e canonico e pur
frequentando le lezioni dei più illustri maestri di diritto, il giovane
Giambattista si sente insoddisfatto e continua gli studi da solo. Ma per
assecondare il desiderio del padre che lo voleva giurista, frequenta per circa
due mesi le lezioni private di Francesco Verde, iscrivendosi alla facoltà di
giurisprudenza. Si addottora forse a Salerno nel 1693-94.
Accetta subito nel 1686 il ruolo di precettore dei figli di Don Domenico Rocca,
accompagnandone gli spostamenti e dimorando saltuariamente a Vatolla, nel
Cilento, e a Portici: "Andava egli a perdere la dilicata complessione in
mal d'eticìa, ed eran a lui in troppe angustie ridotte le famigliari fortune,
ed aveva un ardente desiderio di ozio per seguitare i suoi studi, e l'animo
aborriva grandemente lo strepitio del foro, quando portò la buona occasione
che, dentro una libreria, Monsignor Geronimo Rocca, Vescovo d'Ischia,
giureconsulto chiarissimo, come le sue opere il dimostreno, ebbe con essolui un
ragionamento d'intorno al buon metodo d'insegnare la giurisprudenza. Di che il
Monsignor restò così soddisfatto che il tentò a volerla andare ad insegnare
ai suoi nipoti in un Castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissima
aria, il quale era in signoria di suo fratello, signor Don Domenico Rocca".
Così per nove anni il filosofo vive a Vatolla nel bel Castello dove,
utilizzando la ricca biblioteca del marchese, si forma la maggior parte della
sua cultura: " Così egli avvenne, perché quivi avendo dimorato ben nove
anni, fece il maggior corso degli studi suoi, profondando in quello delle leggi
e dei canoni, al quale il portava la sua obbligazione".
In questi anni di isolamento, di solitario studio e profonda meditazione,
nelle
" aspre selve, solinghe, orride e meste", che si avvia lo sviluppo
logico, folgorante, assiomatico del pensiero di Vico dalle prime orazioni
universitarie alla Scienza Nuova.
Nel 1693 pubblica la canzone "Affetti di un disperato", d'ispirazione
lucreziana, perché preda di un amore non corrisposto per la giovane discepola
Giulia Rocca, figlia del Marchese, per la quale scriverà nel 1695 anche un
epitalamio per le sue nozze con Giulio Cesare Mezzacane, Principe di Omignano.
La passione non corrisposta per la giovane fanciulla è stata, per alcuni
studiosi, il motivo del trasferimento del filosofo a Napoli ed anche perché il
suo compito ormai era finito.
Rientrato nella sua città nel 1699, risultato vincitore del concorso presso
l'Università di Napoli come docente di retorica, ottiene la cattedra con lo
stipendio di 100 scudi l'anno. Nello stesso anno, il 2 dicembre, sposa Teresa
Caterina Destito, che gli darà ben otto figli; e dalla piccola casa di via S.
Biagio dei Librai 25, si trasferisce nel vicolo dei Giganti, sempre a Napoli. Ma
il rientro nella sua città natia è vissuto con grande afflizione perché si
sentirà sempre, fino alla morte, come " uno straniero in patria". Una
patria, la Napoli del Settecento, in cui si compie una grande rinascita ad opera
degli studiosi della nuova generazione. Sede di biblioteche private raccolte da
uomini sia di toga che di spada; di biblioteche pubbliche; di numerose librerie;
di salotti prima e di accademie poi; ma soprattutto di intellettuali pronti al
confronto con il nuovo e alla rottura con il vecchio, che criticando quella
parte di filosofia ormai arida e sterile, sostengono la libertà di filosofare,
diviene il polo culturale dell'Italia Meridionale. Una "libertas
philosophandi", dunque, che investe anche il nostro autore e le sue
originali riflessioni.
Pubblica nel fermento intellettuale e culturale di quegli anni opere che
contengono dottrine che sono ben lontane dalle speculazioni cartesiane,
continuamente e fermamente smontate con argomentazioni opposte, che affondano le
radici nel passato, nei quattro diretti ispiratori ed interlocutori delle sue
opere: Platone, che contempla l'uomo "quale dee essere"; Tacito che
contempla l'uomo "qual è"; Bacone per il suo metodo induttivo e
Grozio che è riuscito a congiungere filologia e filosofia in un diritto
universale in cui si ritrova tutta la storia delle nazioni; ma che respirano
anche alcune delle nuove correnti ideologiche europee..
Nel 1699 in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico in qualità di
docente di retorica, recita la sua prima orazione, mentre la seconda è del
1700. A settembre del 1701 viene soffocata nel sangue la congiura detta della
Macchia, promossa da nobili napoletani per trasformare il Regno di Napoli da
provincia soggetta alla Spagna a Stato autonomo, governato da un figlio
dell'Imperatore austriaco, ed il Vico la segue direttamente. Infatti egli
analizza, da studioso, anche le vicende politiche e storiche a lui
contemporanee, come questa stessa congiura, sostenendo che l'insicurezza del
regno indica, teoricamente, come si costruisce l'auctoritas.
Questo dibattito interessò tutta l'Europa; nel tardo '600 non vi è più il
processo meramente dinastico, ormai l'autorità aveva bisogno di trovare la
legittimazione nel consenso ed il consenso si ottiene con l'oratoria. Gli animi
della moltitudine devono essere persuasi, sostiene Vico, con l'eloquenza e non
con il raziocinio, ad accettare l''esigenza del bene comune. Incomincia a
prendere forma definitiva la polemica anticartesiana. Se si vuole una stabilità
a Napoli, afferma Vico, occorre un saggio. La matematica, che va bene per i
calcoli, non può essere applicata alla storia mutevole e alla politica. La
realtà sociale e politica è sempre in trasformazione e come afferma Aristotele
bisogna usare un regolo lesbio, modulato, che possa seguirne i mutamenti ed i
cambiamenti.
Nel 1702 il 18 ottobre pronuncia la terza orazione. Molto probabilmente è del
1703 la stesura della "Principum neapolitanarum coniurationis anni MDCCI
historia" opera che, nel descrivere la recente congiura di Macchia, la
giudica secondo il punto di vista del governo franco-spagnolo dei Borboni,
condannandone l'obiettivo filo-austriaco. Nel 1705 oltre alla quarta orazione
inaugurale, pubblica un volume che raccoglie tutti i distici latini declamati in
occasione dei festeggiamenti per il compleanno di Filippo V nel Palazzo Reale.
Un grave lutto lo colpisce, quello della morte del padre Antonio, avvenuta il 2
settembre; il 18 ottobre del 1706, recita la quinta orazione inaugurale.
I primi anni del Settecento sono caratterizzati da importanti avvenimenti
politici seguiti dal filosofo, ai quali dedica ampie ed approfondite
riflessioni. Nel 1707, nel corso di successione spagnola, le austriache del
futuro Carlo VI D'Asburgo, entrano in Napoli e la dominazione austriaca succede
a quella spagnola dei Borboni. Nello stesso anno infatti Philip Lorenz Wierich
Van Daun, comandante supremo dell'esercito austriaco a Napoli, commissiona al
Vico le iscrizioni funebri per onorare la memoria di Carlo di Sangro e Giuseppe
Capace, i due maggiori artefici della congiura della Macchia, uccisi dagli
spagnoli durante quel tentativo fallito. Il lavoro del Vico sarà pubblicato
l'anno seguente. Contemporaneamente pubblica la sesta orazione inaugurale;
orazioni che insieme alle altre, recitate all'Università, sono da ricollegarsi
al suo insegnamento, delle quali la più importante è, senza dubbio, quella
intitolata
" De nostri temporus studiorum ratione" del 1708.
Nel 1710 dà una espressione sistematica al suo pensiero nell'opera "De
Antiquissima italorum sapientia", che nella idea originaria dell'autore
doveva risultare di tre libri, rispettivamente dedicati alla metafisica, alla
fisica e alla morale, ma di fatto scrive solo il primo. In esso il filosofo,
ricostruendo il percorso storico di alcune parole latine, cerca di
ricongiungersi alle dottrine dei primi popoli italici, come gli Etruschi,
attraverso i quali, tali parole sarebbero poi state accolte nella lingua latina.
Di qui emerge la sua idea di metafisica come una metafisica propria di quelle
popolazioni antiche della penisola italica.
L'opera Del "De Antiquissima" suscita critiche che daranno vita a
scontri dialettici tra Vico e i suoi avversari sul veneziano " Giornale dei
Letterati d'Italia". Infatti, il filosofo napoletano replica agli attacchi
contenuti nella suddetta recensione con due risposte del 1711-1712. Il dibattito
si conclude con una breve nota della rivista che si compiace della seconda
"dotta e modesta" risposta del Vico.
Nel mentre continua a svolgere le mansioni di poeta encomiastico, lavora
all'opera storica, pubblicata nel 1716, "De Rebus gestis Antonimi Caraphei".
Una biografia di Antonio Carafa, scritta su richiesta del Duca Adriano Carafa,
alla quale attende per due anni, volendo documentarsi con scrupolosità sulle
carte dell'archivio del committente. Con la stesura di questa opera il Vico,
come sempre avido di riconoscimenti, crede che l'espressione del Papa Clemente
XI sulle imprese del condottiero, degne di "imperituri monumenti
letterari", sia un elogio di "gloria immortale" tributato al
proprio lavoro; ma questo vanto irritò molto i suoi avversari, intellettuali
napoletani, come attesta un sonetto satirico di Nicola Cafasso a lui dedicato.
Vico, pur lavorando ininterrottamente su commissione, scrivendo epitalami,
iscrizioni funebri, canzoni, sonetti e carmi latini, al fine di guadagnare per
far fronte alle quotidiane esigenze della propria numerosa famiglia, giammai
tralascia la stesura, lenta e meticolosa, della sua opera maggiore.
Nel 1720 pubblica lo scritto preliminare di quello che diventerà il
"Diritto Universale", ossia la prima formulazione delle idee fondanti
la Scienza Nuova: " De uno universi iuris principio et fine uno", al
quale fece seguire il " De constantia jurisprudentis", secondo tomo
del Diritto Universale.
Comincia in questo periodo, 1721-22, anche il commercio epistolare con l'erudito
ginevrino, Jean Le Clerc, con il quale intreccia un interessante confronto
culturale, sì da ottenere da Le Clerc la recensione ai primi due tomi del
"Diritto Universale", che poi Vico Riassumerà nella "Vita"
e riporterà in parte nella "Scienza Nuova".
Nel 1725 pubblica la prima edizione della sua opera fondamentale " La
Scienza Nuova in forma negativa" e" l'Autobiografia". Il
Cardinale Corsini, che aveva accettato la dedica della Scienza Nuova in forma
negativa, aveva lasciato intendere di essere disposto anche a coprire le spese
di pubblicazione dell'opera.
Ma in un secondo tempo, adducendo a scuse le esorbitanti spese per la sua
diocesi di Frascati, il Corsini scrive a Vico di non poter più finanziare la
pubblicazione della Scienza Nuova. Il filosofo non può far fronte alle spese
per i soliti problemi finanziari in cui si dibatte; spedisce allora il
manoscritto prima a Venezia, poi a Napoli nel 1730; ma negli spostamenti l'opera
va perduta.
Tra la fine di luglio e i primi di settembre Vico riscrive in gran fretta una
nuova versione intitolata " Principi di una scienza nuova intorno alla
natura delle nazioni", che esce in ottobre. Chiaramente deve sostenere da
solo tutte le spese e per questo è costretto a vendere un suo anello con
diamante.
In breve tempo numerose copie vengono diffuse ed il filosofo stesso ne cura la
distribuzione a Roma e a Venezia. Tutte le sue attenzioni sono rivolte alla
revisione della Scienza Nuova, che per la sua voluminosità, non riesce ancora
una volta a pubblicare. Le spese sono eccessive, per cui è costretto a ridurla;
e nonostante sia afflitto da una grave influenza, il lavoro si compie e va alle
stampe per la seconda volta nel 1730, ad opera dell'editore Felice Mosca.
Il risultato raggiunto non soddisfa il Vico, che ininterrottamente attende alla
revisione puntuale e capillare di ogni parte della sua opera; e nel 1735-36
compie la stesura del testo d'impianto della Scienza Nuova, poi dato alle stampe
nel 1744, dopo la sua morte. Il 10 gennaio del 1744, detta la dedica dell'ultima
Scienza Nuova al Cardinale Troiano Acquaviva, l'ambasciatore ispano-napoletano
presso la Santa Sede, disposto a sostenere almeno in parte le spese di stampa.
Avversato e criticato dai suoi contemporanei, Giambattista Vico, ha sostenuto
fermamente e sempre senza cedimento o dubbio che l'uomo, come gli insegnano gli
esperimenti, può conoscere a fondo solo quelle cose di qui sa ricostruirne la
genesi e la formazione: "verum et factum convertuntur". Di questo
mondo della storia come creazione umana, realizzata dagli uomini nei secoli, si
possono e si devono cercare i principi costitutivi, le leggi che lo regolano.
Ma per rintracciare ordini e leggi, bisogna fondare una scienza nuova, la
scienza della storia, "una storia ideale eterna, sopra la quale corrono in
tempo tutte le variazioni nei loro porgimenti, progressi, stati, decadenze e
fini". Questo l'impegno del filosofo fino alla sua morte.
La "Scienza Nuova", la sua opera fondamentale, in cui è racchiusa la
sua dottrina filosofica nella sua interezza e complessità, lo ha impegnato per
quasi tutta la sua vita. Un lavoro costante e tenace, che ha prodotto solo
scarsi e avari riconoscimenti.
L'originalità e la complessità del suo pensiero rispetto alla cultura italiana
del tempo a lui contemporaneo, la pesante e gravosa erudizione dell'opera, le
sue idee che non si arrestano al solo schema, i suoi concetti mentali e storici
che prendono forma e figura e che creano immagini originali e profonde di
persone e di miti, con un periodare teso ed appassionato hanno fatto sì che
solo in tempi relativamente recenti gli fosse riconosciuto il posto che gli
spetta nella storia del pensiero.
Dopo aver vissuto una vita povera ed oscura, fra ristrettezze finanziarie e
l'ambiente familiare che poco favoriva i suoi studi e le sue meditazioni, nella
notte tra il 22 e il 23 gennaio 1744, muore.
Prof. Francesca Gallo