E’ con viva commozione che oggi segniamo un’ulteriore significativa tappa della Fondazione Giambattista Vico.
La Fondazione nasce nel 1997 per volontà di Elena Croce, Gerardo Marotta e
Alfonso Andria.
In questi anni abbiamo lavorato con passione e
dedizione, recuperato il Castello vichiano di Vatolla che oggi è sede di seminari, convegni e del museo vichiano.
Con il restauro del
Castello di Vatolla volevamo dimostrare che il
recupero di un bene culturale non è solo segno di civiltà ma indica
lo sforzo collettivo di riappropriarsi di una memoria storica come ricchezza
culturale, sociale ed economica. Quel castello, ove alla fine del 1600 il
giovane Vico elaborò il proprio pensiero filosofico, è diventato un modello di
turismo culturale.
Il nostro lavoro frenetico è continuato allestendo la
Biblioteca del Parco Nazionale del Cilento – Vallo di Diano. La Biblioteca
conta oltre diecimila volumi specialistici nel campo ambientale e nella storia
sociale.
Abbiamo promosso innumerevoli seminari, convegni,
borse di studio, documentari, coinvolgendo una miriade di Università
italiane e straniere. Ricordo, ancora, il nostro Premio internazionale G.B.Vico, che annualmente viene
conferito a personalità del mondo della cultura o studiosi vichiani
(ricordo il Premio a Gerardo Marotta, Fulvio
Tessitore, Georg Gadamer,
Giorgio Recchia, Giorgio Lombardi, Pietro Perlingieri, Jean Louis Autin).
La Fondazione in questi ultimi anni ha voluto ancora
di più interpretare l’esigenza di una sussidiarietà orizzontale, coinvolgendo
le scuole e altre associazioni in una Mostra itinerante dedicata a G. B.Vico e al recupero dei beni
culturali.
Questo incessante lavoro sociale e culturale è stato
sempre accompagnato dal sostegno e dall’affetto del Presidente della Provincia di Salerno, Alfonso Andria, a cui va il riconoscimento di
aver visto sempre più lontano di Noi e di averci reso forti nell’interpretare
esigenze culturali, nel creare nuovi modelli di sviluppo culturale e sociale.
In questi anni
c’è stata proposta la gestione o il recupero di diversi beni culturali, tutti
legati ad una gloriosa storia locale.
Gabriele De Rosa direbbe che quella storia locale va
recuperata perché là c’è il futuro delle nuove generazioni.
In questo nostro lavoro quotidiano abbiamo incontrato
la passione di tanti giovani e meno giovani, intellettuali, insegnanti,
amministratori, operatori e tra questi è arrivato un frate francescano, Padre Sigillino Innocenzo, tanto umile quanto grande, che un anno
fa mi portò in questo Convento allarmato non solo per il grande degrado, questi
spazi erano adibiti ad industria di insaccati e macellazione da tempo in disuso
e tale abbandono aveva creato problemi igienico sanitari. Era allarmato, anche
perché i frati in parte lasciavano il Convento e tutto diventava più
complicato.
Io, Sigillino, Di Matteo e Olivieri
chiudemmo gli occhi, sognando che dal puzzo nauseante dei conservanti
abbandonati e dai ratti che giocavano a nascondiglio tra questi affreschi
settecenteschi, dall’indifferenza di tanti, potesse nascere un museo, una
testimonianza di rinascita.
Il Museo sul Grand Tour a
Paestum era un sogno che accarezzavamo da tempo, una
raccolta monografica sul viaggio a Paestum.
Uno spazio museale
sul turismo del ‘700 e dell’800. Il
viaggio come metafora, il viaggio come modello culturale per la rinascita, il
viaggio come catarsi, il viaggio come conoscenza, come avventura, come ricerca
non solo del dorico di Paestum ma il viaggio come ricerca di identità
o di diversità, il viaggio come dialogo, come ricerca del barbaro, come atto
d’amore e solidarietà, come appagamento di sete di conoscenza, per ritrovarsi,
ricongiungersi e forse perdersi.
Era facile chiudere gli occhi ma dopo poco i sogni svaniscono, si dissolvono senza neanche lasciare memoria.
Ora io ho certezza, che se hai una idea
forte, se hai tanta passione e riesci a coinvolgere, rendere partecipe ,
protagonisti anche gli altri, i sogni possono diventare realtà. Certo, devi
pagare un prezzo, io l’ho pagato, rinunciando ad un altro mio grande sogno: la dedizione totale alla ricerca.
Questo museo l’abbiamo costruito pezzo per pezzo, una
collezione unica al mondo tra olio su tela e stampe, incisioni, acqueforti,
acquetinte, di oltre 150 opere ( Giovan Battista Piranesi, Jean Richard de Saint – Non, Thomas
Major, Franz Ludwig Catel, Abrham Louis
Ducros – Giovanni Volpato, Paulantonio Paoli, Morghen,
Achille Vianelli, Antonio Coppola, ecc.) e una
collezione di 35 Vasi del corredo funebre del V e IV
sec. A.C. di rara bellezza proveniente dall’area pestana.
Questa collezione è proprietà della Fondazione e non
escludo che in futuro si debba ricongiungere con l’altra parte che è situata
nel Museo Nazionale di Paestum, studieremo i modi e le forme.
Per realizzare tutto questo abbiamo
avuto un piccolo contributo dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e il
sostegno dell’Amministrazione provinciale di Salerno.
Questo è un Museo monografico su Paestum, unico al
mondo non solo per la ricercatezza e il valore scientifico della raccolta ma
perché rappresenta un modello di Museo tematico.
Ringrazio il
Sindaco di Capaccio, Pasquale Marino, a cui mi lega una vecchia e consolidata
amicizia; spero che l’Amministrazione di Capaccio sia artefice attraverso
questo Museo di un rilancio di Capaccio
capoluogo creando nuove sinergie tra l’area archeologica di Paestum
interessata da un enorme flusso turistico e l’area interna che occorre
rilanciare recuperando non solo le antiche vestigie ma la ruralità,
come tracciabilità di un percorso storico.
In questa nostra avventura siamo stati sostenuti dal
Parco Nazionale del Cilento – Vallo di Diano, in modo particolare, per il recupero e la gestione di
Palazzo Vargas.
Il ruolo delle Fondazioni è di affiancare gli enti
pubblici per renderli più forti, in uno spirito di sussidiarietà e nella convinzione che insieme si può operare
meglio, superando le maglie di una burocrazia vecchia e spesso
poco
elastica.
Ringrazio l’on. Gennaro Mucciolo,
Vice Presidente del Consiglio regionale della Campania, attento interprete non
solo dell’istanze del nostro territorio ma anche delle
vicende della nostra Fondazione a cui si sente fortemente legato, tanto da
darci spesso la ribalta del Consiglio regionale.
I ringraziamenti vanno anche all’instancabile on.
Antonio Oricchio, un magistrato prestato alla
politica. La sua passione è contagiosa, ci ha incitato ad andare avanti e per
questo lo ringrazio.
Un grazie affettuoso alle maestranze che hanno
lavorato con laboriosità e in modo instancabile, avvolte nell’alone magico che
circonda le grandi cose. Quelle che parlano all’intelligenza che intimoriscono e affascinano.
Entrare in un Museo è come entrare in una Chiesa. Il
silenzio ti avvolge e tu colloqui con le opere, con gli artisti che ti
trasmettono sensazioni e ti arricchiscono.
In un mio recente
saggio sui Beni culturali,
pubblicato nel Trattato di Diritto
amministrativo del prof. Giuseppe Santaniello, io
affermo che un bene culturale, per essere definito tale, deve avere una propria
funzione sociale. E di funzione sociale parlavamo con
il Rev. Padre Giacinto D’Angelo, che ringrazio, quando ci volle dare in
comodato gratuito la parte del Convento di S. Antonio, oggi adibita a Museo e
restituita ai suoi antichi splendori.
Ringrazio anche il terzo ordine francescano per le
sinergie e le collaborazioni che non ci hanno fatto mai mancare.
Ora occorre creare il coinvolgimento della popolazione
locale. Tutto ciò che ha realizzato la Fondazione deve essere patrimonio di
tutti, deve essere considerato espressione di una collettività matura e capace,
in osmosi con il potere pubblico, di capacità gestionale
e promozionale.
Concludendo,
voglio ringraziare gli architetti, Gennaro Di Matteo e Massimo Olivieri.
Caro Massimo, tu ci hai insegnato come si difendono i
sogni e come si possono tradurre in realtà!
Io sono felice, perché sono cosciente che oggi inizia
un nuovo percorso della Fondazione G.B.Vico.
Mi esalta l’affetto dei tanti, a cui oggi consegniamo
una bella pagina, un modello di fare cultura.
E per
questo Vi ringrazio, ricordando le parole di Goethe
che in una lettera ad un amico dice: “Scusami se sono stato contorto, lungo e
confuso ma proprio non avevo tempo, ed
ero lucido”.
Capaccio,
11 luglio 2003 Vincenzo PEPE
( Presidente Fondazione G.B. Vico)